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Il rapimento di un 17enne e il rilascio 24 ore dopo senza riscatto a Vittoria: 73 anni di carcere chiesti per i 4 imputati

VITTORIA – Si avvia alla conclusione uno dei casi di cronaca che più hanno scosso il territorio ibleo negli ultimi anni: il sequestro di un 17enne vittoriese, figlio di una nota famiglia di commercianti, rapito il 25 settembre 2025 e rilasciato dopo circa 24 ore senza il pagamento di alcun riscatto. Davanti al Gup del Tribunale di Catania si è svolta una nuova udienza del processo celebrato con rito abbreviato. In aula hanno discusso i difensori degli imputati, mentre nelle precedenti fasi processuali erano state formulate le richieste di condanna da parte della pubblica accusa. Il pubblico ministero ha chiesto complessivamente oltre 73 anni di carcere per i 4 imputati. La sentenza è stata fissata per il prossimo 10 novembre, data in cui il giudice si pronuncerà. Secondo l’accusa, il giovane venne prelevato da un commando armato e trasferito in un casolare nelle campagne tra Vittoria e la frazione di Pedalino, dove rimase segregato fino al rilascio. Le indagini furono coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania e portarono all’individuazione dei presunti responsabili, accusati di sequestro di persona aggravato dalla minore età della vittima. Gli investigatori ricostruirono le diverse fasi del sequestro attraverso immagini di videosorveglianza, accertamenti tecnici e rilievi scientifici che consentirono di collegare gli indagati al luogo in cui il ragazzo sarebbe stato tenuto prigioniero.

Il ragazzo, prelevato da 2 uomini armati con il volto coperto, fu costretto a salire su una Fiat Panda blu rubata, scortata da un secondo veicolo, e condotto in un casolare isolato in contrada Fossa di Lupo, nell’area di Pedalino. In quell’edificio privo di elettricità e sperduto tra le campagne, la vittima fu trattenuta per circa 24 ore. La prigionia si concluse la sera seguente, quando il 17enne fu lasciato nei pressi del mercato ortofrutticolo. A riconoscerlo fu un amico, che lo accompagnò in commissariato, dove i familiari erano già presenti insieme agli inquirenti.