La doppia identità di Gesù: “Vero Dio” e “vero uomo”

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La doppia identità di Gesù: “Vero Dio” e “vero uomo”

La doppia identità di Gesù: ‘Vero Dio’ e ‘vero uomo’

DUE IMMAGINI DELLA STESSA PERSONA

Sappiamo che Gesù nei Vangeli non viene presentato come una persona che si muove o agisce passivamente, ma come una persona che ha un ruolo attivo e dirompente nella vita socio-religiosa del suo tempo:

  1. a) porta un messaggio nuovo che criticamente e coraggiosamente oppone alla legge mosaica;
  2. b) afferma la giustezza del suo insegnamento mirato a mettere in evidenza le contraddizioni della società in cui si muoveva;
  3. c) non esita a porsi contro le autorità religiose del tempo. Conosciamo bene dai Vangeli le sue invettive contro i Farisei e i Maestri della legge.

Gli evangelisti ci presentano un ‘Gesù-terreno’ che svolge un ruolo determinante nella società in cui agiva. Questo Gesù non è un Dio che cammina in questo mondo sotto le sembianze di un uomo. Gli evangelisti ci presentano un ‘Gesù-uomo’ che si comportava autonomamente nei confronti di Dio, un Gesù che viveva la sua esperienza terrena da protagonista. Da ‘vero uomo’, un Gesù in dialogo costante e in intima sintonia con il Padre da cui gli derivava l’autorità di annunziare come propria la volontà di Dio, aspetto che ci porta a fare i conti con la seconda natura di Gesù, quella divina. Dal catechismo della chiesa cattolica, infatti, apprendiamo che Gesù, oltre che vero uomo è anche ‘Vero Dio’. “Egli si è fatto uomo rimanendo Vero Dio… La Chiesa confessa che Gesù, inscindibilmente Vero Dio e vero uomo, è veramente il Figlio di Dio che si è fatto uomo.”   Ciò non significa che Gesù sia il risultato di una complessa mescolanza di divino e umano: “egli si è fatto uomo pur rimanendo vero Dio”.

Questo vuol dire che in Gesù coesistono due nature: la “natura umana” e la “natura divina”. Le due nature sono distinte e separate, inscindibili, ma interagiscono e cooperano tra di loro in un rapporto di osmosi vicendevole, in regime di complementarità, senza che ci sia prevalenza dell’una sull’altra. Se così non fosse, se cioè prevalesse la natura divina, allora dovremmo supporre che il cammino di Gesù era stato tracciato e preordinato da Dio. C’è da considerare, anche, che secondo alcuni studiosi non tutto quello che è tramandato dai vangeli può essere attribuito a Gesù, perché i vangeli non sono racconti biografici ma il frutto di testimonianze di fede post-pasquale e quindi prive di veridicità storica. La posizione attuale della Chiesa è che i vangeli sono narrazioni non solo di fede, ma anche di fatti realmente avvenuti e sarebbe un errore inquadrare la figura di Gesù (storicamente accertata) solo sul piano spirituale e teologico, al di fuori di un contesto di vita reale. E’ vero, anche, che la sola ricerca di Gesù storico non ci può dare una risposta esaustiva sulla figura e sull’identità di Gesù.

Per dare una risposta “Chi è Gesù” non si può prescindere dal considerare due punti fondamentali: 1°) la natura  complessa, umana e divina di Gesù; 2°) la sua nascita, secondo quanto riportato dai Vangeli che non è frutto di un rapporto coniugale, ma puramente teologica.

Dobbiamo inoltre capire che quando Gesù parla o agisce nella sua persona si esplicitano e si rivelano contemporaneamente le due nature che caratterizzano la sua identità:

1°) Come natura umana esprime le sue emozioni, i suoi umori, le sue passioni, le sue debolezze, il suo dolore, le sue gioie, le sue amarezze. Gesù è presentato dagli evangelisti come una persona che ha sete, che ha fame, che è affaticato durante il viaggio, che si commuove e piange dinanzi alla tomba di Lazzaro. Conclude la sua missione di inviato del Padre appeso ad una croce.

2°) Come natura divina rivela i suoi rapporti con il Padre affermando di essere il Figlio di Dio inviato sulla terra per portare a compimento il progetto divino della Salvezza dell’ uomo; dialoga con il Padre; attesta la sua preesistenza e la preconoscenza nel mondo; anticipa ai discepoli gli eventi futuri. Risorge per ritornare al Padre a conclusione della sua missione. Non ci si deve meravigliare, ad esempio, se sulla tomba di Lazzaro manifesta da uomo la sua emozione, piangendo, ma subito dopo afferma che il miracolo non era opera sua, ma frutto della manifestazione del Padre. Anche nell’episodio del Getsemani affiorano chiaramente le due nature: da uomo mostra un attimo di debolezza invocando il Padre – “Allontana questo calice di dolore” – ma subito si corregge – “Padre sia fatta la tua volontà” –

Alla luce di tutto questo, il nostro sforzo esegetico deve essere proteso a capire  e individuare tutte le volte che Gesù parla da “vero uomo”, pronunciando parole intrise dalle proprie vicende personali di vita quotidiana, e quando Gesù proclama verità divine parlando da “Vero Dio”. Possiamo allora capire che la sola ricerca del “Gesù storico” non ci può dare una risposta esauriente sulla figura e sull’identità di Gesù. Il solo approccio con il Gesù desunto attraverso l’indagine storico-critica non ci aiuta a capire la sua identità perché il tipo di indagine è di per sé riduttiva, essendo fondata essenzialmente su fonti storiche incerte, frammentarie e insufficienti.

Una risposta sulla identità di Gesù dobbiamo ricercarla necessariamente nei Vangeli, libri riconosciuti dalla Chiesa ispirati da Dio. Attraverso di essi gli evangelisti ci hanno fatto conoscere il vero e autentico Gesù nelle vesti di vero uomo e di Vero Dio. Le due nature, umana e divina, rappresentano la sintesi, da una parte del “Gesù storico” desunto attraverso le fonti storiche in nostro possesso e del “Gesù terreno”, frutto delle testimonianze dei discepoli e dei testimoni oculari, dall’altra parte del “Cristo della Fede”, frutto delle elaborazioni teologiche della Chiesa primitiva.

I Vangeli ci descrivono un Gesù che agiva attivamente da vero uomo nel contesto storico-religioso di una società giudaica che si dimostrava ostile al suo insegnamento. Ma, da Vero Dio, aveva la preconoscenza degli eventi che sarebbero presto accaduti. Lui stesso affermava di conoscere bene cosa c’era dentro nei cuori degli uomini, per questo sapeva che sarebbe stato respinto, condannato e ucciso. Probabilmente Gesù fu costretto ad esplicitare le sue predizioni non tanto per mero protagonismo (come avrebbe potuto fare un mago o un veggente del tempo), ma perché doveva preparare i suoi discepoli, cioè i futuri continuatori della sua opera, al tragico evento della sua morte e alla gloria della Risurrezione. Allora possiamo veramente dire che Gesù, pur nella consapevolezza di essere il Figlio di Dio, durante il suo ministero terreno non si è comportato da “strumento programmato” nelle mani di Dio perché, alla fine, sulla croce non l’ha appeso Dio ma gli uomini del suo tempo i quali, deliberatamente, nonostante i segni che egli avesse mostrato loro durante tutto il suo ministero terreno, rifiutarono di riconoscere la sua vera identità, respinsero il suo insegnamento e lo punirono con la morte.    

La doppia identità di Gesù, ci permette di rispondere in modo coerente anche alla domanda: “Ma Gesù è veramente risorto dalla morte dopo tre giorni?”. A questo quesito sicuramente nessuno mai potrà dare una risposta sicura sul piano razionale. Solo attraverso la mediazione della fede potremo affermare:

“Sulla croce è morto il Gesù, vero uomo” – “Sulla croce ha sofferto la natura umana” – “Dalla croce è risorto il Gesù, Vero Dio” – “Dalla croce ha trionfato la natura divina di Cristo” –