Hantavirus, allarme contenuto in Sicilia. Un caso sospetto con ricovero a Messina

HomeSicilia

Hantavirus, allarme contenuto in Sicilia. Un caso sospetto con ricovero a Messina

Resta un allarme contenuto anche in Sicilia quello relativo all’Hantavirus, che si è diffuso nelle scorse settimane in alto mare all’interno di una nave da crociera. Nonostante in Italia ci siano quattro casi attenzionati, due dei quali in quarantena obbligatoria, per il momento le rassicurazioni delle autorità sanitarie sul rischio di una nuova pandemia sono molto forti. «Non c’è nulla da temere», ha detto fino a ieri il ministro della Salute Orazio Schillaci che ha comunque diramato una circolare a tutte le regioni per adottare un minimo di cautela. Negli aeroporti di Palermo e Catania non è stato attivato alcun protocollo sanitario legato all’hantavirus. Anche le tre autorità portuali, Sicilia Occidentale, Sicilia Orientale e Stretto, non hanno ricevuto particolari indicazioni e non hanno predisposto iniziative che riguardino il rischio virale. «È un semplice focolaio epidemico tant’è che non sono scattati speciali protocolli di controllo nei porti visto che è proprio l’Usmaf che effettua eventuali procedure» dice il direttore dell’Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera Sicilia-Calabria Claudio Pulvirenti. «Noi effettuiamo i monitoraggi grazie al lavoro dei comandanti delle navi che sono i nostri principali collaboratori» aggiunge.

Giacomo Scalzo invece, dirigente generale del Dipartimento per le attività sanitarie e Osservatorio epidemiologico (Dasoe) siciliano, ha firmato ieri una circolare indirizzata ai direttori generali, sanitari e dei dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie provinciali, oltre ai direttori generali delle aziende del servizio sanitario regionale. Scalzo ha richiamato all’attenzione le strutture sanitarie, in considerazione dell’importanza degli eventi segnalati e delle possibili ricadute di carattere epidemiologico, e ha ribadito l’importanza della diffusione della nota del ministero della Salute a tutti i pronto soccorso, ai reparti malattie infettive, di medicina generale, di Pneumologia e ai laboratori di analisi cliniche e di microbiologia delle aziende.

Nuove misure si sorveglianza in Italia
Scattano nuove misure di sorveglianza sanitaria in Italia dopo il sospetto caso di infezione da hantavirus in una turista argentina arrivata nei giorni scorsi nel Paese. A renderlo noto è il Ministero della Salute, che ha confermato l’attivazione del protocollo di verifica e tracciamento dei contatti. La donna, partita il 30 aprile da una zona considerata endemica e arrivata a Roma con un volo da Buenos Aires, si è successivamente spostata in Sicilia, dove è stata ricoverata a Messina per una polmonite. Nelle ultime ore è stato disposto il test specifico per hantavirus. Il campione biologico è stato trasferito dai Carabinieri NAS all’istituto Ospedale Lazzaro Spallanzani, dove verrà analizzato insieme a un secondo campione prelevato da un giovane calabrese di 25 anni attualmente in isolamento fiduciario. La direttrice dello Spem dell’Asp di Messina Mariella Santoro appresa la notizia rende noto che la paziente turista argentina è tuttora ricoverata in isolamento in terapia intensiva al Policlinico di Messina.

Contatti sotto osservazione: rintracciato un turista britannico
Parallelamente alle verifiche sul caso principale, le autorità sanitarie hanno rintracciato a Milano un turista britannico considerato contatto stretto per via di un precedente viaggio a bordo dello stesso volo su cui si trovava la moglie della prima persona deceduta sospettata di infezione. La segnalazione è arrivata dalle autorità del Regno Unito e ha attivato la catena di allerta internazionale. Il Ministero della Salute, con il supporto del Ministero dell’Interno e delle autorità regionali lombarde, ha localizzato l’uomo, che è stato trasferito all’Ospedale Luigi Sacco per essere sottoposto a quarantena precauzionale, secondo quanto previsto dalla circolare ministeriale dell’11 maggio. Con lui è stato isolato anche un accompagnatore, presente durante il viaggio.

Sistema di sorveglianza attivo
Il Ministero ha confermato che le operazioni rientrano nelle procedure standard di prevenzione per malattie infettive rare importate da aree a rischio. Le autorità sanitarie stanno monitorando tutti i possibili contatti dei soggetti coinvolti e coordinano gli interventi con le strutture ospedaliere specializzate. In una nota, il dicastero ha sottolineato che continuerà a fornire aggiornamenti «con tempestività e trasparenza sull’evolversi della situazione». Al momento non risultano conferme definitive sulla positività al virus, mentre proseguono le analisi di laboratorio allo Spallanzani e il tracciamento dei contatti internazionali.

Il focolaio nella nave
L’hantavirus non è diventato improvvisamente nuovo, ma è bastato un focolaio in uno spazio chiuso, una nave, perché tornasse al centro dell’attenzione internazionale. A bordo della Mv Hondius, partita da Ushuaia il 1° aprile 2026, si è sviluppato un cluster che ha messo in moto l’OMS, l’ECDC, il CDC e i ministeri della Salute di più Paesi. Un virus raro, potenzialmente grave, che nella sua forma più comune si prende dai roditori, ma che nel caso del ceppo Andes può, in circostanze limitate, trasmettersi anche tra persone con contatti stretti e prolungati. Secondo l’aggiornamento dell’ECDC, i casi segnalati nel cluster della Mv Hondius sono 11 in totale, di cui 9 confermati, 2 probabili e 3 decessi. L’OMS continua a valutare molto basso il rischio per la popolazione generale, ma il fatto che si tratti del virus Andes — l’unico hantavirus noto per una documentata, seppur limitata, trasmissione interumana — spiega perché le autorità sanitarie abbiano scelto la linea della massima prudenza. In Italia, questa prudenza ha già avuto effetti concreti. Il Ministero della Salute ha confermato il monitoraggio di più situazioni collegate al cluster: un turista britannico rintracciato a Milano e trasferito al Sacco come contatto; un 25enne di Villa San Giovanni, in Calabria, sintomatico e con campioni inviati allo Spallanzani di Roma; una turista argentina, partita da un’area endemica il 30 aprile e arrivata in Italia con un volo Buenos Aires-Roma, poi ricoverata a Messina per una polmonite e sottoposta a test specifico.

Che cos’è davvero l’hantavirus
Con il termine hantavirus si indica un gruppo di virus zoonotici della famiglia Hantaviridae, trasportati in natura soprattutto dai topi. Ogni virus tende ad avere un proprio serbatoio animale. Nell’uomo, però, il quadro cambia a seconda dell’area geografica. Nelle Americhe può causare la sindrome cardiopolmonare da hantavirus — indicata anche come HPS o HCPS — cioè una forma respiratoria grave e rapida. In Europa e Asia, invece, sono più note le forme che colpiscono soprattutto rene e vasi sanguigni, la febbre emorragica con sindrome renale. Non tutti gli hantavirus si comportano allo stesso modo. L’OMS ricorda che la trasmissione da persona a persona non è stata documentata per i ceppi circolanti in Europa e Asia; il discorso cambia per il ceppo Andes, presente in Sud America, per il quale sono stati osservati episodi limitati di contagio tra esseri umani, in genere tra persone con relazioni strette e prolungate. È proprio questa eccezione a spiegare l’attenzione sul cluster della Mv Hondius.

Come si contrae: la via principale resta il contatto con i topi
La forma classica di trasmissione è meno “misteriosa” di quanto sembri. L’uomo si infetta soprattutto entrando in contatto con urina, feci o saliva di topi infetti, oppure inalando particelle contaminate che si disperdono nell’aria. È il motivo per cui tra le situazioni a rischio rientrano la pulizia di spazi chiusi e poco ventilati, magazzini, soffitte, casolari, rifugi, ambienti rurali infestati o zone dove possono esserci escrementi di topo non rimossi in sicurezza. Più raramente il contagio può avvenire attraverso morsicature o graffi. Il caso della Mv Hondius, tuttavia, ha aggiunto un elemento in più. Per il ceppo Andes, le autorità sanitarie internazionali considerano possibile una diffusione interumana in presenza di contatti ravvicinati, prolungati e in ambienti chiusi. Le linee guida del CDC per l’indagine sull’evento definiscono come esposizioni rilevanti, tra le altre, la permanenza a bordo della nave nel periodo di rischio, la vicinanza a meno di circa 6 piedi per almeno 15 minuti in uno spazio chiuso con un caso sintomatico, il contatto fisico diretto o l’esposizione a secrezioni respiratorie e fluidi biologici. L’incubazione indicata è compresa tra 4 e 42 giorni, con una mediana di 18 giorni. Questo non significa che l’hantavirus si diffonda facilmente come i coronavirus influenzali o respiratori. L’OMS è stata netta: il cluster non è “l’inizio di un’altra pandemia Covid”. Ma significa che, davanti a un focolaio di Andes virus, il tracciamento dei contatti non può fermarsi alla sola esposizione ambientale ai roditori.

I sintomi iniziali: perché è facile scambiarlo per altro
Il problema clinico, soprattutto all’inizio, è che l’hantavirus assomiglia a molte altre infezioni. I sintomi precoci sono spesso generici: febbre, mal di testa, dolori muscolari, stanchezza, talvolta brividi, nausea, vomito, diarrea, dolore addominale. È proprio questa somiglianza con influenza, Covid, polmoniti virali o altre sindromi febbrili a rendere difficile un riconoscimento immediato. Secondo il CDC, nella forma polmonare i sintomi possono comparire da 1 a 8 settimane dopo il contatto con il roditore infetto; circa la metà dei pazienti presenta anche disturbi gastrointestinali. L’OMS parla di una finestra simile, generalmente tra 1 e 8 settimane dall’esposizione, mentre la circolare del Ministero della Salute richiama per la sindrome cardiopolmonare un intervallo di 1-6 settimane, con possibilità fino a 8 settimane. In altre parole: se una febbre con mialgie e nausea compare pochi giorni dopo un viaggio o dopo un contatto a rischio, il contesto conta quanto il sintomo.

Quando bisogna preoccuparsi davvero
Nella HPS/HCPS, dopo i primi segnali aspecifici, può arrivare un peggioramento rapido con tosse, fiato corto, senso di costrizione toracica, accumulo di liquidi nei polmoni, distress respiratorio e shock. È qui che la malattia diventa una vera emergenza. Il CDC segnala che i sintomi respiratori tardivi possono comparire 4-10 giorni dopo la fase iniziale; tra i pazienti che sviluppano il quadro respiratorio, la letalità può essere elevata. L’OMS indica che nelle Americhe la letalità può arrivare fino al 50% per le forme cardiopolmonari più severe. Tradotto in pratica: bisogna preoccuparsi subito se a febbre, dolori muscolari e malessere si associano respiro corto, peggioramento rapido, tosse insistente o senso di fame d’aria, soprattutto se nei giorni o nelle settimane precedenti c’è stata un’esposizione compatibile. Compatibile significa: contatto con roditori o loro deiezioni, soggiorno in ambienti infestati, viaggio in aree endemiche dell’America Latina, permanenza sulla Mv Hondius o contatti stretti con persone coinvolte nel cluster.