A 3 mesi dalla prima frana di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, ci sono 13 indagati. Fra questi c’è l’attuale ministro della Protezione Civile Nello Musumeci (in qualità di governatore siciliano dal 2017 al 2022). Inoltre sono indagati Salvatore Cocina, attuale capo della protezione civile regionale, e Calogero Foti, ex dirigente dello stesso dipartimento. Sono nel mirino della procura anche gli ultimi 4 presidenti della Regione che si sono succeduti dal 2010 al 2026: Lombardo, Crocetta e Schifani. Iscritti nel registro degli indagati anche gli ex capi della Protezione Civile regionale Calogero Foti e Vincenzo Falgares, che erano soggetti attuatori delle ordinanze sulla mitigazione del rischio frana, e i soggetti attuatori delle misure contro il dissesto idrogeologico Salvo Lizio, Maurizio Croce, Sergio Tuminello e Giacomo Gargano. Indagata anche Sebastiana Coniglio, responsabile dell’Ati che avrebbe dovuto eseguire le opere finanziate con 12 milioni mai spesi.
I nomi, come riporta La Sicilia, sono stati resi noti dal procuratore Salvatore Vella nel corso della conferenza stampa convocata per lunedì mattino. «Attualmente – ha detto Vella – abbiamo individuato come soggetti su cui concentrare la nostra attenzione, e su cui riteniamo sussistere elementi che ci hanno portato alla loro iscrizione nel registro degli indagati: il responsabile legale dell’Ati e i soggetti che avevano poteri decisionali per questa ditta che, dal 2009 al 2016, aveva la possibilità di svolgere questi lavori e non li ha svolti. E poi i commissari delegati dalle varie ordinanze di Protezione Civile Nazionale — quindi decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri — che in questo periodo sono da individuare nei Presidenti della Regione Siciliana. Quindi stiamo parlando del periodo dal 2010 al 2026, individuati dal Dpcm ordinanza 3555 del 2006 e seguenti. Oltre ai commissari, i soggetti attuatori, che dovevano svolgere costantemente l’attività, erano individuati nel Direttore Generale del Dipartimento della Protezione Civile siciliana: dunque i soggetti attuatori che in questo periodo si sono avvicendati. Questi soggetti avevano, e hanno ancora adesso nella loro disponibilità, 12 milioni di euro per la realizzazione delle opere; parliamo di interventi che venivano concretamente individuati in progetti esecutivi e fondi già destinati dal governo nazionale che si trovano, ancora adesso, nelle casse della Regione Sicilia».
In queste settimane il pool frana, i consulenti tecnici – Chiara Cappadonia, Maurizio Gasparo Morticelli, Edoardo Rotigliano – e i poliziotti di squadra mobile e commissariato di Niscemi hanno lavorato nell’andare ad analizzare una mole di documentazione per ricostruire quanto non è stato fatto dopo l’evento franoso del 12 ottobre del 1997. In quell’occasione il quartiere Sante Croci è caduto giù nel precipizio: dovevano essere effettuate delle demolizioni e nello stesso tempo la cabina commissariale e delle relazioni tecniche avevano stabilito gli interventi indispensabili che si sarebbero dovuti avviare per contenere la collina. Sono passati 29 anni da quella frana, il 15 gennaio il primo cedimento lungo il costone ad ovest della collina di Niscemi, il 25 gennaio invece il boato. Una lunga spaccatura si apre nel viale Angelo D’Arrigo. È domenica, poco prima dell’ora di pranzo. Le abitazioni che si affacciano sul Belvedere vengono sgomberate. C’è chi si allontana senza portare niente, chi invece ha la lucidità di preparare una piccola valigia. Sembrava un’evacuazione momentanea, nel giro di 24 ore invece 1.500 persone hanno abbandonato le loro case. La frana più grande d’Europa – con 350 milioni di metri cubi d’argilla finiti nel precipizio – è scoppiata. In tutta la sua violenza. Sono trascorsi 90 giorni dall’evento del 15 gennaio – il primo e meno grave – e ora arriva il primo bilancio giudiziario nell’ambito dell’inchiesta per disastro colposo e danneggiamento a seguito di frana. In questi mesi la polizia ha preso documenti sia a Roma che a Palermo che al Comune, oltre al Genio civile di Caltanissetta. E il primo bilancio è servito.
Il torrente Benefizio, che scorre ai piedi della collina di Niscemi e si trasforma in un’insidia che fa esplodere la terra, semina disperazione e rabbia. Un corso d’acqua su cui, nel tempo, si sarebbero dovuti svolgere interventi: sono stati finanziati ma mai realizzati. Il mancato intervento sul Benefizio appare non come un errore tecnico, ma come un problema politico e amministrativo, quasi simbolico del “disastro annunciato” che la città ha vissuto per trent’anni. Tutto inizia nel 2006, nove anni dopo la relazione tecnica scritta per la frana del 12 ottobre 1997. C’è il progetto di sistemazione idraulica del torrente, volto a controllare l’erosione. Tre anni dopo, nel 2009, viene affidata una gara da circa 9 milioni di euro a un’ATI, ma già nel 2010 il contratto viene risolto per “gravi ritardi”. Ne nasce un lungo contenzioso, che si chiude solo nel 2016, ma la paralisi resta. Il torrente Benefizio è un fattore di rischio, una concausa della grande frana dello scorso 25 gennaio a Niscemi. Geologi e tecnici – nel 1997 così come ora – lo hanno scritto chiaramente: il mancato intervento di sistemazione idraulica è stato indicato come una delle cause che hanno favorito il dissesto idrogeologico della zona. Le acque bianche e nere di metà paese, negli anni, finiscono dentro il Benefizio, in parte a cielo aperto, perché “un depuratore funzionante non c’è”. O meglio, lo si sta realizzando, ma in tutt’altra parte del centro abitato. La assenza di una rete adeguata, sommata a scelte urbanistiche poco prudenti (come l’asfaltatura di un parcheggio vicino al cimitero, che riduce l’assorbimento naturale dell’acqua), carica ulteriormente il corso d’acqua, favorendo erosione, incisione e, in ultima istanza, cedimenti del terreno.
Lo scorso gennaio i nuovi eventi franosi a Niscemi, nell’area del torrente Benefizio, hanno provocato cedimenti verticali fino a 50 metri e costretto le autorità a vasti interventi di emergenza e sgomberi. Il movimento franoso, attivo su un fronte di circa quattro chilometri nell’area del Benefizio, ha prodotto il salto di scala: non solo cedimenti puntuali, ma un’intera fascia del versante in lento, ma inesorabile, movimento, con le strade provinciali 12 e 10 spaccate e migliaia di persone evacuate. Dopo gli ultimi eventi franosi, nuovamente l’attenzione è stata posta sul torrente Benefizio, su quegli interventi programmati e mai effettuati. Ma, paradossalmente, questa volta i soldi ci sono. Stanno lì, in un capitolo di bilancio della Regione, ma non vengono spesi. Il caso del torrente Benefizio a Niscemi è un esempio di come l’assenza di interventi, più che il disastro naturale, sia spesso frutto di scelte politiche, amministrative e gestionali. Trent’anni di progetti, finanziamenti e contenziosi, e un torrente mai “domato”. C’è questo al centro dell’inchiesta della procura di Gela sulla frana di Niscemi. E spuntano i nomi dei primi presunti responsabili, compresa l’amministratrice dell’Ati, Sebastiana Coniglio, che avrebbe dovuto fare i lavori e non li ha portati avanti. Una scelta tecnica da parte dell’azienda, perché lo stato dei luoghi, rispetto al progetto approvato, era cambiato. Ora si trova indagata per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana.

