RAGUSA – Il Tribunale civile di Ragusa ha dichiarato illegittimo il sequestro della nave Sea-Eye 5, disposto nel giugno 2025 nel porto di Pozzallo. Accogliendo il ricorso presentato dall’ong tedesca, i giudici hanno annullato sia il fermo amministrativo, sia la sanzione pecuniaria irrogata dalla Prefettura di Ragusa, condannando inoltre il ministero dell’Interno al pagamento delle spese legali. Il 14 giugno 2025 l’unità della Sea-Eye aveva tratto in salvo 65 persone a bordo di un gommone in acque libiche. Dal momento dell’avvistamento era partita una fitta corrispondenza via e-mail con i centri di coordinamento dei soccorsi di Libia, Germania (Stato di bandiera) e Italia. Da Roma, tuttavia, non giunse alcuna risposta. Dopo l’intervento anche delle autorità tedesche fu assegnato come porto sicuro Pozzallo, il più prossimo. Il governo Meloni, però, intendeva autorizzare lo sbarco in Sicilia solo dei casi sanitari più gravi e trasferire gli altri a Taranto, in Puglia; proposta respinta dall’equipaggio.
Dopo circa 20 ore di stallo lo sbarco avvenne nel Ragusano. Il giorno successivo scattarono il fermo amministrativo di 20 giorni e la multa. Nel procedimento civile, i rappresentanti e il comandante della Sea-Eye 5 — assistiti dagli avvocati Ulrich Robert Stege, Dario Belluccio e Marco Comitini — hanno evidenziato le condizioni di salute estremamente precarie dei naufraghi lungo l’intero tragitto: scabbia, febbre dovuta alle temperature elevatissime, malnutrizione e disidratazione. Nella sentenza, il Tribunale ha riconosciuto che il comandante ha agito correttamente, in modo “conforme alla normativa vigente”, fornendo costantemente le informazioni richieste. L’imbarcazione non si è “arbitrariamente rifiutata di fornire informazioni o di osservare indicazioni”, ma si è “limitata a rappresentare la situazione concreta”. La decisione di sbarcare a Pozzallo, dunque, non è frutto di una “ingiustificata disobbedienza”, bensì della gravità delle condizioni a bordo. Conseguentemente, tutte le sanzioni sono state cancellate e il Viminale è stato condannato a rifondere le spese processuali, comprese quelle sostenute dalla ong per la difesa legale.
