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Tra pietra, luce e mito

Ragusa, vista dall’alto, sembra una città sospesa tra due mondi: quello della terra, solida e luminosa, e quello del mito, invisibile ma sempre presente, come un respiro antico che ancora si sente nelle stradine che scendono verso Ibla. È una città che si racconta da sola, anche senza parole: nei vicoli di pietra bianca, negli archi barocchi, nei silenzi delle campagne circostanti. Eppure, dietro quella calma apparente, si nasconde un mondo di simboli, divinità e storie dimenticate. Un po’ come nel gioco d’azzardo, dove dietro ogni carta si cela un destino possibile, Ragusa ha imparato a convivere con il caso e con la leggenda. Oggi, in un’epoca in cui anche l’antico si intreccia con il virtuale, non è insolito che la curiosità per il mistero si accompagni al brivido del rischio, come accade su safecasinoitaly.it. Ma qui, tra le colline del sud-est siciliano, l’azzardo è un altro: quello della memoria, del cercare negli strati del tempo i segni di una mitologia che non è mai davvero scomparsa.

Il respiro greco nei nomi e nei simboli
Molti toponimi del territorio ragusano rivelano un legame diretto con l’antichità greca. Già nel V secolo a.C. i coloni di origine dorica e sicula abitavano quest’area, portando con sé divinità e culti. A Camarina, città greca fondata nel 598 a.C. e oggi sito archeologico di grande fascino, si venerava Atena, ma anche Demetra e Kore – le stesse protagoniste del mito di Persefone.
Curioso è il fatto che la città, distrutta più volte e sempre ricostruita, fosse protetta da una palude considerata sacra. Gli abitanti credevano che prosciugarla avrebbe attirato la collera degli dei. E infatti, secondo Diodoro Siculo, quando la palude fu bonificata per scopi militari, la città venne distrutta poco dopo. Un monito antico, ma ancora attuale, su quanto fragile sia l’equilibrio tra natura e volontà umana.

Ercole e il sud dell’isola
Tra le figure mitiche che attraversano la memoria del Sud, non può mancare Eracle – l’Ercole dei Romani. Si dice che, durante il suo viaggio verso l’occidente per compiere le fatiche imposte da Euristeo, il semidio sia approdato sulle coste siciliane, passando anche dalle zone che oggi corrispondono al ragusano. Diverse leggende locali, riprese da studi ottocenteschi di Giuseppe Emanuele Ortolani, raccontano di un Ercole viandante che avrebbe eretto piccoli altari lungo il suo cammino, simboli di forza e di protezione per i popoli locali.
In certi tratti della costa tra Marina di Ragusa e Scicli, la tradizione popolare narra di “pietre sacre” legate proprio a queste soste mitiche. Alcune, oggi inglobate nelle masserie o scomparse sotto i terreni agricoli, erano un tempo oggetto di devozione: non era raro che i contadini lasciassero fiori o offerte, come a un dio benevolo che vegliava sui raccolti.

Scicli e la leggenda delle ninfe
A Scicli, poco distante, le storie diventano più leggere, più acquatiche. Le ninfe dei fiumi, raccontano gli anziani, abitavano le sorgenti e i torrenti che un tempo scorrevano rigogliosi tra le vallate. Nella zona di contrada Trippatore, secondo alcune fonti raccolte da storici locali, esisteva un piccolo santuario dedicato alle Naiadi, le divinità minori delle acque dolci. È difficile oggi distinguere tra mito e realtà, ma è certo che gli antichi abitanti del luogo venerassero l’acqua come principio vitale e sacro, collegato alla fertilità della terra.

Una mitologia nascosta nei dettagli
Chi vive a Ragusa, spesso senza accorgersene, cammina ogni giorno sopra le tracce di queste antiche credenze. Le decorazioni barocche delle chiese, i volti scolpiti sulle facciate, le sirene che si arrampicano sui capitelli: sono eredità lontane, simboli antichi riciclati dall’arte cristiana ma nati in un mondo dove ogni creatura aveva un doppio volto, umano e divino.
Lo storico Gesualdo Bufalino scrisse che la Sicilia è “una patria mitologica, dove tutto può essere raccontato due volte: una come storia, l’altra come sogno”. E Ragusa ne è l’esempio perfetto.

Una città tra memoria e mito
Forse è proprio questo il segreto del suo fascino: la capacità di fondere pietra e leggenda, storia e simbolo. Dalle grotte preistoriche ai templi greci, dai culti di Demetra alle figure di Ercole e delle ninfe, il territorio ibleo custodisce un pantheon che non è mai svanito del tutto, ma si è trasformato, camuffato, adattato al tempo.