Il lockdown è costato 2,7 miliardi all’economia siciliana

Il lockdown è costato 2,7 miliardi all’economia siciliana

Tre mesi di lockdown sono costati 2,7 miliardi all’economia siciliana ed un abbassamento del Pil di quasi l’8 per cento. Il documento di economia e finanza della Regione rende l’immagine di un’isola con l’acqua alla gola dove la disoccupazione dilaga perché da febbraio 2020 la flessione degli occupati è del 4,8 per cento rispetto all’1,3 per cento del dato nazionale. In Sicilia il conto più salato è stato pagato dal turismo e dai servizi, che sono stati negli ultimi anni i settori trainanti dell’economia.

La perdita di un mese di fatturato è stata di circa 81 milioni per gli alberghi e di 233 milioni per la ristorazione ed il peggio deve ancora arrivare perché in uno scenario prossimo venturo, pur in condizioni di ritorno alla normalità la contrazione della domanda di turismo sarà di quasi il 20 per cento con una perdita di 3 milioni di presenze sui 15 milioni. Peggio ancora se l’effetto pandemia dovesse permanere perché in quel caso il calo sarà del 35 per cento della turistica e di 5 milioni e mezzo di presenze in meno con una contrazione di un miliardo e mezzo di fatturato.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, nella prefazione al Defr 2021/23, scrive «La crisi economica post-pandemica ha colpito la Sicilia quando ancora non erano stati superati gli effetti della crisi economica del 2010-12. Senza cedere alle tentazioni pessimistiche di chi ritiene che dovremo gestire una “shut-in economy” (incentrata su distanziamento sociale e riduzione degli spostamenti), occorre lavorare a una ripresa in uno scenario profondamente mutato. La pandemia da Covid19 e gli effetti economici congiunturali hanno determinato un aggravamento della già persistente precarietà sociale con effetti inibitori sul desiderio di avvenire» e «tale pernicioso effetto indotto dispiega i propri effetti pregiudizievoli sulle famiglie come sulle imprese». Una crisi che «se potrà avere effetti sostanzialmente analoghi sul piano quantitativo a quella sofferta al livello nazionale, incide su un tessuto economico ed imprenditoriale di gran lunga più debole e stressato sul piano finanziario, ma soprattutto – sostiene Armao – con previsione di percussione più duratura, in considerazione dei ridotti e differiti margini di reazione alla crisi delle aree più fragili».