Il Commissario Montalbano a “luci rosse”? No, solo soffuse

Il Commissario Montalbano a “luci rosse”? No, solo soffuse

Poco “hot”, tanto amore nel “Metodo Catanalotti”. Quello morboso per il teatro del suo protagonista interpretato da un tetro e carismatico Carlo Cartier, calato appieno nel personaggio, ma soprattutto l’amore che travolge e fa dimenticare all’irreprensibile commissario i tempi del dovere. E’ l’amore che induce la collega di Montalbano a scendere dal treno, a prenderlo per mano e intraprendere con il confuso Salvo un nuovo percorso, che non comprende più la storica fidanzata Livia, in pratica “scaricata” per telefono.

Nel penultimo romanzo di Andrea Camilleri teatro e vita si alternano, poi corrono insieme anche se su piani paralleli, poi si dividono definitivamente. La “storia” tra il commissario e la dirigente della Scientifica si lancia verso un futuro vitale, Carmelo Catalanotti ha invece trovato la morte per la sua ossessione per l’indagine dell’animo umano, per la sua ricerca introspettiva di uomini e donne che nel teatro portano il loro vissuto. Il tema del doppio, tema conducente del teatro e del romanzo del’ 900, trova espressione nel romanzo di Camilleri che ama giocarci e specchiarvisi, e percorre quel filo esile che separa la vita dalla finzione.

Salvo Montalbano resta irretito nella sua indagine dalla morte dell’artista e usuraio, poi alla fine risolve il caso, ma per lui la vita presenta la prospettiva di un nuovo amore, non preventivato ed alla fine travolgente. L’ultimo Montalbano fa centro per lo studio e la caratterizzazione dei personaggi, per una trama mai banale, per una Sicilia luminosa e immacolata nei vicoli e nelle campagne che la doppia regia del compianto Sironi e di Zingaretti esaltano, al di la di quella che è la realtà di ogni giorno, pur non scadendo in nessun oleografia di genere. E’ il meglio di Camilleri, ed il “Metodo Catalanotti” lo conferma.