Tutto quel che c’è da sapere sulle varianti del covid nel mondo

Tutto quel che c’è da sapere sulle varianti del covid nel mondo

Delle 3 varianti note del covid, ovvero sudafricana, brasiliana e inglese, finora è senza dubbio quest’ultima quella a più alto indice di contagiosità e potenzialmente mortale. L’allerta sulle varianti è stata lanciata da riviste scientifiche internazionali di primo piano come Nature e The Lancet. Un virus può diventare più mortale per molti motivi, legati al tipo di mutazioni. Per esempio, alcune mutazioni potrebbero essere più efficaci nello scatenare la cosiddetta tempesta di citochine responsabile dei casi più gravi, oppure potrebbe legarsi più facilmente ai recettori presenti sulla superficie delle cellule umane, raggiungendo e infettando un maggior numero di cellule e aumentando quindi la gravità della malattia; un altro possibile motivo, probabilmente fra i peggiori, è che possa sfuggire completamente agli anticorpi generati dal sistema immunitario: quest’ultimo non riesce più a eliminare il virus che continua a lavorare sottotraccia.

Resta la grande domanda sui vaccini: riusciranno a contrastare comunque le varianti? Sulla base di quanto pubblicato finora, i vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna possono riconoscere la variante inglese. Il fatto è che il virus SarsCoV2 circolerà ancora moltissimo e c’è da aspettarsi che prima o poi bisognerà cambiare vaccino, come accade per l’influenza, ma questa operazione è possibile e non richiederà tempi molto lunghi.

Gli scienziati la chiamano Voc 202012/01, il resto del mondo variante inglese. È la priva variante di covid, identificata nel mese di dicembre dello scorso anno, anche se nuovi studi fanno risalire la sua nascita almeno a 3 mesi prima: intorno al mese di settembre. Dagli ultimi dati diffusi sembra che i contagiati dalla variante inglese siano circa 16.800 in Gran Bretagna, altri duemila sarebbero poi stati registrati in altri Paesi.

La variante sudafricana del Covid scientificamente viene chiamata 501.V2′ di Sars-CoV-2, ed è stata individuata i primi di ottobre. Sembra abbia iniziato a diffondersi molto rapidamente in Sudafrica. Su questo aspetto c’è preoccupazione, come rilevano gli esperti citati dalla rivista Nature sul suo sito: molti, per esempio, sono preoccupati dalla velocità con cui si sta diffondendo la variante sudafricana e che si teme possa ridurre l’efficacia dei vaccini e causare reinfezioni. E su questa variante, sempre dalla Gran Bretagna, Matt Hancock, ministro della Sanità, ha evocato nelle ultime ore anche il timore scientifico, non confermato, ma possibile che, proprio la variante sudafricana, possa rivelare maggiore resistenza ai vaccini esistenti, fino “al 50%” rispetto al ceppo originario dell’infezione.

È una sorvegliata speciale anche la variante brasiliana (B.1.1.28) e si sospetta che un’altra variante, ancora non identificata, sia la responsabile di un’impennata di casi in Francia. Al momento mascherine, distanziamento e igiene restano le difese fondamentali contro le varianti del virus SarsCoV2, ha osservato Stefania Salmaso, dell’Associazione Italiana di Epidemiologia.

La rivista The Lancet ha condiviso l’appello a incentivare la raccolta delle sequenze genetiche del virus SarsCoV2 in circolazione, lanciato da giorni da ricercatori di tutto il mondo. Altrettanto necessario un piano unico di azioni coordinate e sincronizzate: solo così, si legge nella rivista, si può sperare di ritardare e prevenire l’ulteriore diffusione delle varianti del coronavirus, specialmente quella inglese.

Sequenziare il genoma del virus Sars-Cov-2 nelle acque reflue può essere utile per rilevare nuove varianti virali prima che vengano rilevate dal sequenziamento clinico sul territorio. A dirlo è uno studio condotto dall’Università della California, che è stato pubblicato sulla rivista scientifica mBio. I ricercatori hanno sequenziato l’Rna direttamente dalle acque reflue raccolte dai distretti municipali nell’area della baia di San Francisco per generare genomi Sars-Cov-2 completi e quasi completi. Gli studiosi hanno scoperto che i principali genotipi del virus rilevati nelle acque reflue erano identici ai genomi individuati nell’attività clinica.