Fine del governo: cosa succede ora. Si torna al voto ad ottobre

Fine del governo: cosa succede ora. Si torna al voto ad ottobre

Matteo Salvini chiedeva che il premier Conte presentasse subito le dimissioni nelle mani di Mattarella, invocando in sostanza una crisi extraparlamentare, peraltro non provocata da un atto formale di sfiducia al governo. Mattarella ha deciso invece di mandare il presidente del Consiglio davanti alle Camere, ottenendone una riapertura straordinaria nei prossimi giorni. Conte si sottoporrà a un voto di fiducia. La crisi, in questo scenario, avrebbe a tutti gli effetti una natura parlamentare.

Mattarella, in caso di sfiducia a Conte e crisi conclamata, avvierà un giro di consultazioni e, ove necessario, affiderà un mandato esplorativo per verificare l’esistenza di una nuova maggioranza: potrebbe svolgerlo lo stesso Conte o il presidente di uno dei due rami del Parlamento. L’alternativa sarebbe un governo tecnico o di scopo (con il mandato di varare il bilancio): il Capo dello Stato, in questa eventualità, dovrebbe rivolgersi a una figura esterna, come accadde nel 2018 con Cottarelli, che dovrebbe ricercare un sostegno parlamentare.

Consumati in modo infruttuoso questi tentativi, ecco le elezioni. Due le date possibili, visto l’incombere della manovra: il 20 e il 27 ottobre. Quest’ultima è l’ipotesi più concreta. Le Camere vengono infatti sciolte fra 70 e 45 giorni prima delle consultazioni. L’orientamento, per consentire il voto degli italiani all’estero, è quello dei 60 giorni. Per garantire il ritorno alle urne il 20 ottobre, insomma, si dovrebbe andare ai dibattiti in aula sulla sfiducia a Conte già prima di Ferragosto e consumare le fasi successive (consultazioni, eventuali mandati esplorativi) entro il 20 agosto. La soluzione delle urne aperte il 27 ottobre darebbe a Mattarella sette giorni in più.

L’interruzione della legislatura comporterebbe l’accantonamento di diversi provvedimenti all’esame delle Camere. Dalla riforma della giustizia targata Bonafede ai testi sulle Autonomie regionali care alla Lega. E si interromperebbe l’iter del ddl costituzionale che taglia il numero dei parlamentari. Ciò, secondo svariate fonti, non è solo la conseguenza ma anche la causa dell’accelerazione della crisi: se passasse la riforma (che dopo l’eventuale referendum confermativo entrerebbe in vigore a metà 2020) si andrebbe a votare per eleggere 230 deputati e 115 senatori in meno.

I tempi della formazione di un nuovo esecutivo dipenderanno ovviamente dall’esito elettorale. Se le urne regaleranno una maggioranza certa a una forza politica o a una coalizione (quello che spera Salvini) il governo che verrà potrà formarsi nel giro di poche settimane, anche a novembre, altrimenti l’avvio dell’attività del nuovo esecutivo – considerati anche i tempi per il giuramento e la fiducia alle Camere – potrebbe slittare all’inizio del 2020. Conte, nel 2018, ha giurato 88 giorni dopo le elezioni. Letta, nel 2013, lo ha fatto 62 giorni dopo le elezioni.

Il voto si accavallerebbe alla fase di varo della manovra. Prima di fine settembre, infatti, il governo dovrà presentare la Nota di aggiornamento del Def, mentre entro il 15 ottobre va presentata alla Commissione Ue il Documento di bilancio e il 20 ottobre la legge di bilancio è attesa alle Camere, che devono approvarla prima del 31 dicembre. L’Ue potrebbe concedere una deroga, giustificata appunto dalla crisi di governo. Ma la predisposizione dei documenti finanziari, nelle scadenze accennate, spetterebbe comunque al governo uscente, in carica per gli affari ordinari. In che clima, in piena campagna elettorale, svolgerebbe questo compito?

repubblica.it