Il comportamento di Gesù

Il comportamento di Gesù

Gesù e il Giudaismo –  Gesù è vissuto in un periodo storico difficile ed effervescente, esposto da un lato alla ‘febbre messianica’ dell’attesa di un Messia liberatore dalla sottomissione all’impero romano, dall’altro lato alla tentazione zelota che incitava il popolo giudaico alla ribellione e alla rivolta armata contro i Romani. Gesù apparve sulla scena poco dopo Giovanni il Battista, con il quale collegò esplicitamente la sua predicazione. Lo storico Giuseppe Flavio riferisce che la morte di Giovanni non avvenne soltanto a causa di Erodiade, come racconta il Vangelo di Marco, ma per la paura di tumulti che si potevano innescare a causa delle componenti escatologiche e messianiche contenute nella sua predicazione. Anche la predicazione di Gesù, nonostante fosse imperniata sull’annuncio del Regno di Dio, non poteva non risvegliare indirettamente negli ascoltatori speranze di liberazione politica e di riscatto sociale. Il comportamento di Gesù violava anche un principio fondamentale del mondo ebraico, secondo cui un profeta doveva convalidare le sue credenziali di “Uomo di Dio” manifestando personalità, autorità e rigorosa austerità dei costumi. Il rimprovero che frequentemente gli era mosso era quello di mangiare e bere in compagnie equivoche, di dare adito a situazioni scandalose, come di proteggere le prostitute. Tenendo presenti tutte queste realtà sociali e religiose del tempo, è chiaro che Gesù creò nella società ebreo-giudaica un momento di critica alla mentalità corrente. La sua dottrina cozzò con la cultura e la religione del tempo, rappresentò sicuramente un evento di rottura sia sul piano politico che religioso, e non fu causa secondaria della sua condanna a morte. Si può comprendere allora il motivo del rifiuto immediato della comunità giudaica al suo comportamento e alla sua predicazione; si possono giustificare anche i vari atteggiamenti di diffidenza esplicitati dagli stessi apostoli in talune occasioni e le loro difficoltà nel capire fino in fondo la “novità” del messaggio proclamato dal loro maestro.            

  Il ruolo della donna –  Il comportamento di Gesù descritto nei Vangeli è deviante rispetto ai valori fondamentali della società in cui egli si muove ed il suo ritratto sfugge a qualsiasi schema o modello di vita religiosa a lui contemporanea. Gesù proclamava una dottrina che affermava la necessità di amare anche i propri nemici, vietando perfino di difendersi. Celava la sua vera identità di Messia e Figlio di Dio per timore di suscitare fanatismo delle folle, raccomandava prudenza per non eccitare l’entusiasmo patriottico e sceglieva la via dell’amore passante attraverso l’umiliazione e la sofferenza. Gesù attribuiva alla povertà e all’umiltà valori moralmente positivi, addirittura esaltava la povertà come un bene, al punto da definire i poveri beati. Poneva la sua potenza nella debolezza, la sua vittoria nel fallimento della croce, la sua speranza nell’ignavia degli uomini. Al contrario del mondo giudaico dove la povertà era considerata come il segno di scarsa benevolenza divina, la persona umile era disprezzata, considerata ignobile e di scarso valore. Gesù, inoltre, ostentava un atteggiamento positivo verso due realtà svalutate dal giudaismo: le donne e i bambini. Il giudaismo, infatti, si rivelava come una religione di uomini, in sintonia con il mondo pagano antico (da Socrate a Platone, da Euripide a Pitagora, a Cicerone etc…) e con la cultura maschilista risalente all’epoca dei Patriarchi. Anche se nel racconto della creazione la donna era stata creata uguale all’uomo, l’evoluzione degli usi e costumi della vita sociale ebraica assegnavano un ruolo marginale alla donna, o peggio ancora il ruolo di “oggetto”. Talvolta era considerata anche come creatura impura da guardare con diffidenza. Tenuta in una condizione d’inferiorità sociale, non le era riconosciuto alcun diritto, salvo quello di essere nata per mettere al mondo e allevare figli. Totalmente subordinata al marito, era soggetta al ripudio a cui aveva diritto solo l’uomo. Gesù, non accettando questa predominanza di ruoli, si erge a difesa della dignità e dei diritti della donna. Spazzando via una delle cause principali dell’emarginazione, ossia la mentalità che il compito sociale della donna fosse quello di essere solo sposa e madre, Gesù opera un’autentica rivoluzione a favore della donna. Infatti, a differenza della prassi rabbinica, Gesù ama circondarsi di donne che sono incluse al suo seguito itinerante, s’intrattiene pubblicamente e guarisce donne pagane; si fa seguire anche da ex-prostitute, vilipese dalla società come personificazione del peccato; non esita a guarire donne ritenute impure secondo le norme rituali giudaiche; sgrida Marta a non affannarsi ad occuparsi delle faccende domestiche (un dovere nel mondo ebraico) e la invita invece a prodigarsi all’ascolto della ‘Parola di Salvezza’. Permette a Maria di Magdala e alle altre discepole di seguirlo e servirlo durante la sua attività apostolica; esse non lo abbandonarono neanche nelle ultime ore più tragiche della sua vita mortale. L’apice sarà raggiunto quando, all’alba della Pasqua, riserva l’onore di prime testimoni della sua Risurrezione proprio ad alcune donne, smentendo così la norma della cultura del mondo giudaico che non ha riconosciuto alcun valore alla testimonianza femminile.

Anche nei riguardi dei bambini Gesù infrange la mentalità del tempo che tendeva ad escluderli dalla vita comunitaria. Gesù, incurante ancora una volta delle regole del tempo, non solo non scaccia i bambini secondo l’uso comune, ma sgrida duramente i discepoli che li vogliono allontanare; con rovesciamento radicale dei valori, li addita addirittura ad esempio, richiamando gli adulti alla necessità di ridiventare come bambini per potersi aprire alla conversione e all’accoglienza del Regno di Dio.