PECULIARITÀ DELLA PREDICAZIONE DI GESÙ

PECULIARITÀ DELLA PREDICAZIONE DI GESÙ

L’osservanza della Legge di Mosè

Gesù attirava la gente con i suoi discorsi e con le sue opere, usava tutti i metodi del buon Maestro. Leggeva e spiegava le scritture ebraiche, l’Antico Testamento. Parlava alle folle all’aperto e nelle Sinagoghe; s’intratteneva con singole persone e discuteva con i suoi oppositori, gli Scribi e i Farisei; predicava un insegnamento per molti aspetti vicino ai Maestri della Legge.

L’ebreo Gesù confermava fondamentalmente la legge di Mosè come volontà di Dio, dichiarava che la Legge era la norma fondamentale di condotta, ma la sua interpretazione appariva scandalosa e provocatoria ai suoi uditori. Rifiutava, infatti, qualsiasi applicazione della Legge che poteva scaturire in innumerevoli comandamenti inutili, in osservanze rituali formali o in un eccessivo rigorismo morale. Gesù affermava che la moralità non dipendeva dall’osservanza esteriore della Legge, ma dall’obbedienza autentica alla volontà di Dio.

Gesù riportò l’antica Legge di Mosè (i dieci comandamenti) all’originario volere di Dio, ricongiungendola al precetto fondamentale dell’amore. Gesù, in modo chiaro, ha messo l’accento su un amore senza restrizioni e senza limiti per Dio e per il prossimo, invocando perfino l’amore per i nemici. Dal suo insegnamento scaturivano forti richieste morali che si esplicitavano nel dovere del perdono, della misericordia senza misura e della compassione incondizionata.

La sua predicazione conteneva elementi innovativi e di notevole risonanza sociale, le cui conseguenze non potevano non impensierire le autorità politiche e religiose del suo tempo. Gesù, quale Figlio di Dio, affermava di conoscere direttamente quale fosse la volontà di Dio Padre, una rivendicazione ricapitolata nella sue solenni affermazioni «In verità, in verità vi dico…» «Amen» , un modo di esprimersi  originale nella predicazione di Gesù, perché non sembra fossero espressioni comuni a quei tempi. Gesù annunciava che il nuovo popolo di Dio non doveva nascere a seguito di un intervento divino spettacolare, ma dal dramma della croce, deludendo così le attese dei giudei, dei sacerdoti e dei capi religiosi che incominciarono ad ostacolarlo. Il suo umile messianismo, che si manifestava nell’accoglienza dei poveri e dei peccatori, e nel ridare fiducia alle donne e ai bambini, attirò subito la simpatia della gente povera e semplice, ma irritò profondamente le guide spirituali del popolo. La crescente popolarità di Gesù e le accuse roventi che rivolse loro, furono motivi per innescare incomprensioni e astiose controversie. Per questo gli tenderanno insidie con domande provocatorie alla ricerca di una ragione per eliminarlo, ma cercando nello stesso tempo di non dare nell’occhio, lontano dalla folla.

 La separazione del potere politico da quello religioso

Possiamo affermare con certezza che la predicazione di Gesù non presentava contenuti politici, non incitava alla violenza o alla ribellione contro l’occupazione romana; né egli si pose a capo di un movimento rivoluzionario o d’emancipazione sociale. Gesù non fu certamente tenero con gli ipocriti della classe religiosa e politica del suo tempo. Li definì sepolcri imbiancati, guide cieche, razza di vipere, denunciando pubblicamente la loro falsità e perfidia. Gesù, però, fu sempre attento a tracciare una linea di demarcazione accurata e sottile tra il religioso e il politico, rilevando che il potere romano era inquadrato in un disegno divino, verso il quale vi era l’obbligo del rispetto e della lealtà. Quando la folla trascinata dall’entusiasmo tenta di offrirgli la corona di re, Gesù fugge solo sulla montagna. Egli sfugge alla tentazione di confondere il piano divino della salvezza con il problema politico della sua patria. Il compito per cui era stato inviato da Dio sulla terra era quello di convertire tutti gli uomini al Regno di Dio. L’azione di Gesù si muoveva, infatti, su un terreno prettamente religioso. Gesù ha realizzato un chiaro e inequivocabile distacco della religione dalla politica, due dimensioni assolutamente inseparabili l’una dall’altra ai suoi tempi. Questa separazione tra fede e politica trova conferma e concretezza durante l’interrogatorio di fronte a Pilato, in occasione del quale inaugura un concetto assolutamente nuovo di regalità che contrappone al potere politico terreno, citando quella sua famosa massima: “date a Cesare quel che è di Cesare (la gestione della cosa pubblica), ma date a Dio quel che è di Dio (l’uomo nella sua dignità e libertà di creatura fatta a sua immagine e somiglianza)”. Il Regno di Dio non può essere identificato con alcuna struttura politica né logica di potere. La regalità di Gesù s’identifica con la “testimonianza della Verità”, non riconducibile affatto con una categoria politica che tende a stabilire la pace e la giustizia con gli strumenti disponibili nell’ambito del potere umano. La “Verità” di cui parla Gesù è relazionata con Dio, quella “Verità” che rende libero l’uomo dagli interessi e dal potere del mondo che sono sotto il dominio delle forze del male. Senza questa “Verità” l’uomo non è in grado di cogliere il vero senso della sua vita. E’ attraverso l’innalzamento sulla croce che Gesù realizza definitivamente questo concetto di separazione tra religione e politica: spogliandosi d’ogni potere terreno sancisce con la sua morte la “Nuova Regalità”, ossia il nuovo modo con cui Dio domina il mondo.