Di scena l’Eracle di Euripide e l’Edipo a Colono di Sofocle

Il potere come metafora della vita, in grado di condurre l’uomo dall’apice della fortuna all’abisso della rovina. È questo il concept della stagione 2018 delle tragedie greche, organizzate a Siracusa, come ogni anno, dall’Istituto nazionale del dramma antico. Le prime si sono svolte già da qualche settimana e gli spettacoli riescono giornalmente a riversare nella città aretusea migliaia di persone. I nodi esistenziali degli eroi delle tragedie ruotano attorno al potere e alla tirannia, in particolare per Edipo a Colono di Sofocle: con la regia di Yannis Kokkos, l’opera è inscenata senza grandi stravolgimenti, procede in maniera lenta, austera, e l’impeccabile recitazione del coro, di Teseo (Sebastiano Lo Monaco) ma soprattutto di Edipo (Massimo De Francovich), rende la rappresentazione decisamente magistrale. La tragedia va avanti senza grossi colpi di scena, con poche interruzioni musicali e i costumi sono in un tal senso decontestualizzati. È in queste opere dirette da Roberto Andò che il tratto topico del tiranno della storia greca ha la sua massima trasposizione, lasciando di fatto senza parole davanti alla sua, finale, dissoluzione.

E il disfacimento dell’eroe greco è evidente anche nella rivoluzionaria opera di Emma Dante, Eracle di Euripide, che ha lasciato di fatto stupefatti gli spettatori per l’eccezionale stravolgimento dei canoni classici. L’opera è nel dettaglio impersonata da donne, elemento inusuale per i greci, e gli unici uomini in scena sono ‘relegati’ alla composizione del coro e dei vecchi tebani. Questa scelta è forse risultata un po’ forzata nel caso di Eracle (Mariagiulia Colace) e di Teseo (Carlotta Viscovo) ma ha rappresentato un’eccezionale valore aggiunto in Anfitrione, impersonato in maniera eccellente da Serena Barone.

Ed encomiabile si può dire anche dell’orchestra – delle scelte musicali sui generis – che ha scandito con elementi moderni e addirittura tecno tutta la rappresentazione, donando una cadenza perfetta per la follia inscenata. Dove le parole non bastavano per esprimere il dolore, il ritmo incessante segnava inesorabilmente la modulazione della tragedia, fornendo ora l’emozione del lutto, ora quello assurdo della festa, per poi ricordare che il destino beffardo annienta anche i più forti.